NUTRIZIONE PARENTERALE

NUTRIZIONE PARENTERALE

La nutrizione parenterale consiste nella somministrazione di nutrienti direttamente per via venosa, scavalcando l’apparato digerente.

È un trattamento medico che si effettua quando un paziente non può essere alimentato per bocca o per via enterale; un’altra possibilità è costituita dall’associazione di questa metodica all’assunzione normale di cibi, per favorire un ritorno veloce alla normalità nutrizionale in alcuni pazienti, ad esempio sottoposti a interventi chirurgici o a trattamenti intensivi.

Solo un’attenta valutazione del fabbisogno calorico e un monitoraggio dei dati bio-umorali permettono di utilizzare esclusivamente l’alimentazione parenterale anche per tempi lunghi.

Se si prevede un’alimentazione parenterale di breve durata, si infondono le opportune soluzioni in una vena periferica (catetere venoso periferico), di solito del braccio.
Nel caso in cui l’alimentazione parenterale debba prolungarsi per un tempo indeterminato, è necessario introdurre un catetere venoso centrale, per superare le limitazioni del circolo periferico; infatti la somministrazione prolungata di soluzioni concentrate può danneggiare la parete venosa, provocando una flebite chimica.

Le soluzioni più comunemente somministrate per via parenterale sono le glucosate (soluzioni di glucosio in acqua, a concentrazioni variabili dal 5 al 50%) e le saline, contenenti varie concentrazioni di sali minerali. Nella nutrizione parenterale vengono inoltre somministrate soluzioni di lipidi derivanti dalla soia, aminoacidi essenziali o aminoacidi a catena ramificata, vitamine o proteine (ad es. albumina), che richiedono una protezione della sacca NPT stessa dai raggi solari, i quali possono ossidare e neutralizzare tali sostanze; generalmente si utilizza il sacchetto metallico con cui la sacca viene trasportata, opportunamente modificato.

Se si prevede un’alimentazione parenterale di breve durata, quindi, si possono infondere le opportune soluzioni in una vena periferica, di solito del braccio, ma tale condotta, in genere, non va prolungata oltre 1-2 giornate. Infatti nel caso l’alimentazione parenterale debba prolungarsi per tempo indeterminato, è necessario introdurre un catetere in una vena centrale (posizionamento di catetere venoso centrale) per superare le limitazioni del circolo periferico. La somministrazione prolungata di soluzioni concentrate può infatti danneggiare la parete venosa, provocando una flebite chimica ed in questi casi si ricorre all’incannulamento di una  vena succlavia.

Le soluzioni più comunemente somministrate per via parenterale sono le glucosate.Nutrizione parenterale, incannulamento di vena centrale

Di solito le soluzioni di glucosio in acqua a concentrazioni variabili dal 5 al 10% e le saline, contenenti varie concentrazioni di sali minerali e di elettroliti, con aggiunta o meno di glucosio (soluzioni elettrolitiche di mantenimento con glucosio o senza). Nella nutrizione parenterale vengono inoltre somministrate soluzioni di lipidi derivanti dalla soia, aminoacidi essenziali o aminoacidi a catena ramificata, vitamine o proteine, ad es. albumina. In genere, se l’alimentazione deve protrarsi per qualche giorno, si somministrano due soluzioni glucosate al 5% da 500 cc ed una soluzione glucosata al 10% da 500 cc, oltre ad una soluzione fisiologica da 500 cc od una elettrolitica da 500 cc. Dunque con 2000-2500 cc si riesce a soddisfare, per qualche, giorno le esigenze nutrizionali del paziente.

Particolare cautela, nell’alimentazione parenterale, ricordiamolo, va presa nei confronti del paziente in scompenso cardiaco, poiché in questo tipo di soggetto è facile andare incontro a sovraccarico di circolo ed edema polmonare, stante la scarsa capacità di pompa del cuore e la diuresi ridotta.

I rischi dell’alimentazione parenterale sono di tipo infettivo (ad esempio sepsi a partire da un catetere venoso infetto) o metabolico (iperglicemie anche in pazienti non diabetici, steatosi epatica). Può verificarsi anche una flebite nella sede dell’iniezione (flebite chimica). Solo un’attenta valutazione del fabbisogno calorico e un monitoraggio dei dati bio-umorali permettono di utilizzare l’alimentazione parenterale anche per tempi lunghi.

La nutrizione parenterale non è scevra di rischi perché la punta del catetere può dare fenomeni di trombosi che partono dalla punta del catetere ed infezioni da catetere con germi cutanei con il pericolo di sepsi e di vita del paziente, specie se i germi sono multi resistenti.

Vi può essere una sindrome da ipertrigliceridemia, “ overloading syndrome”, con transaminasi aumentate, bilirubina incrementata, piastrinopenia e, soprattutto, severe iperglicemie con glicosuria se nel contempo non abbiate provveduto a “medicare” la sacca nutrizionale con insulina del tipo analogo rapido. A titolo di esempio vi ricordiamo che empiricamente, specie se il paziente è affetto da diabete conclamato, sarebbe opportuno considerare una medicazione con 16 unità di insulina pronta rapida (es. novorapid, humalog, actrapid ecc.)  ogni 50 g di glucosio contenuto nelle soluzion infuse; in altri casi tale medicazione può risultare eccessiva, per cui è sempre buona pratica monitorare le glicemie del paziente in corso di infusione. E poi, non avete pensato ad inserire un morbido sondino naso-gastrico per nutrire il vostro paziente? In questi casi si possono impiegare soluzioni nutrizionali già preparate oppure anche semplicemente lattè, semolino liquido, omogeinizzati e farmaci opportunamente polverizzati ed inseriti nel sondino con l’impiego di nutripompa o di una semplice siringa da 50 cc se vi trovate in ospedali di terza categoria o di zona

Per restare aggiornati mettere mi piace alla seguente pagina :

https://www.facebook.com/nurseallface/