EMORRAGIA DIGESTIVA, GESTIONE INFERMIERISTICA

EMORRAGIA DIGESTIVA, GESTIONE INFERMIERISTICA

 

L’emorragia digestiva può essere acuta o cronica. In ogni fase della patologia e della manifestazione clinica del paziente, l’infermiere deve essere in grado di riconoscere segni premonitori o manifesti, valutare l’instabilità clinica e riconoscere precocemente segni e sintomi.

Le priorità per medico e infermiere devono essere:

  • Comprendere la gravità stabilendo di conseguenza le priorità di intervento (differibile, urgente, emergenza)
  • Individuare la sede (permette di pianificare dove intervenire, o tamponare temporaneamente l’emorragia se possibile)
  • Individuare la causa (permette di eliminare fattori contribuenti, e pianificare il corretto intervento)

I sanguinamenti cronici o delle basse vie digerenti si presentano con un’alterazione del colorito delle feci. L’infermiere deve quindi essere in grado di valutarne correttamente le caratteristiche e identificare anomalie nel colorito. È fondamentale saper riconoscere la melena (una volta sentito l’odore, non lo si dimentica più), o evidenziare presenza di sangue rosso vivo.

In quest’ultimo caso, è utile effettuare un esame obiettivo dell’ultimo tratto dell’intestino, in modo da poter valutare a occhio nudo se vi sono emorroidi o ragadi sanguinanti.

Le condizioni acute di sanguinamento si presentano spesso come urgenze, se non emergenze. È necessario che l’infermiere valuti le caratteristiche del vomito e la sintomatologia associata del paziente.

Un sanguinamento massivo comporta un’alterazione dell’emodinamica, causando tachicardia e ipotensione. L’infermiere deve quindi rilevare frequentemente i parametri vitali; deve inoltre osservare le caratteristiche della cute (pallore, sudorazione); valutare il sensorio: il paziente è soporoso, agitato o irrequieto? Controllare se vi sono perdite ematiche evidenti.

Se si sospetta una perdita ematica, è utile effettuare un’emogasanalisi in grado di fornirci in pochi minuti un valore dell’emoglobina. Su indicazione medica, può essere necessario eseguire esami ematici, il prelievo per il gruppo sanguigno e il cross – match.

È importante anche ricordare che perdite ematiche massive possono causare alterazioni elettrocardiografiche, secondarie a una ridotta portata e a un affaticamento della pompa cardiaca. Se possibile, quindi, è utile eseguire un elettrocardiogramma per valutare il ritmo cardiaco.

Occorre accertarsi che vi sia un catetere venoso in sede e che sia funzionante. In caso contrario, è utile reperire un accesso prima che il paziente diventi emodinamicamente instabile e sia così più difficoltoso reperire accessi venosi periferici.

Il rischio del sanguinamento massivo è che porti rapidamente la persona a uno stato di shock, durante il quale diventa poi più difficile ripristinare una condizione di stabilità.

Inoltre, trattare in maniera invasiva (tramite endoscopia o chirurgia) un paziente shockato, comporta rischi maggiori connessi alla procedura, una riduzione del successo dell’intervento, un aumento della mortalità, un incremento dei rischi peri – operatori, e un decorso post – chirurgico più “intensivo” e instabile.

Dopo che il paziente è stato sottoposto a intervento chirurgico o endoscopico, deve essere monitorato attentamente soprattutto nelle prime 24 ore. Può essere utile posizionare un monitor multiparametrico se disponibile,

valutare costantemente lo stato di sopore, tenendo conto della possibile sedazione somministrata; valutare i segni clinici e la sintomatologia e in particolar modo la presenza o meno di dolore.